La cooling poverty, o povertà di raffrescamento, rappresenta una nuova e significativa forma di povertà strettamente legata al riscaldamento globale. L’attuale crisi climatica ha dato origine a manifestazioni di disuguaglianza sociale, sempre più visibili in un contesto globale caratterizzato da un costante aumento delle temperature.
A definire e approfondire questo concetto ha contribuito uno studio pubblicato sulla rivista Nature Sustainability, dal titolo Understanding systemic cooling poverty. Il lavoro è stato realizzato dai ricercatori Antonella Mazzone, Enrica De Cian, Giacomo Falchetta, Anant Jani, Malcom Mistry e Radhika Kosla, afferenti a prestigiose istituzioni accademiche e di ricerca, tra cui l’Università di Oxford, l’Università Ca’ Foscari di Venezia, la Fondazione CMCC (Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici), l’RFF-CMCC European Institute on Economics and the Environment e la London School of Hygiene & Tropical Medicine.
Come si legge nell’abstract dello studio: “Comprendere le esigenze dei più svantaggiati è fondamentale per sviluppare strategie eque e adeguate ad adattarsi al caldo estremo e mantenersi al fresco”. Questa affermazione sottolinea l’importanza di un approccio inclusivo e multidimensionale nel fronteggiare gli effetti del cambiamento climatico.
Lo studio mette in evidenza la complessità della cooling poverty, introducendo il concetto di cooling poverty sistemica. Le ondate di calore stanno aumentando ovunque nel mondo in termini di intensità, durata e frequenza, così come stanno crescendo i tassi di mortalità associati all’eccessiva esposizione al caldo. In un pianeta che si sta rapidamente riscaldando, la possibilità di rinfrescare gli ambienti in cui si vive e si lavora sta diventando un requisito imprescindibile per preservare la salute, mantenere una buona qualità della vita e, in alcuni casi, per garantire la sopravvivenza. Tuttavia, non tutte le persone possiedono le risorse, sia materiali sia immateriali, necessarie per proteggersi dalle temperature elevate.
Il concetto di cooling poverty non è completamente nuovo, ma è già presente in letteratura da alcuni anni e affonda le sue radici in una lunga serie di studi e indicatori sviluppati per misurare il comfort termico. La povertà di raffrescamento ha iniziato a essere esplorata a partire dal 2019, grazie al lavoro di alcuni ricercatori spagnoli che hanno proposto il concetto di Summer Energy Poverty, per descrivere la condizione di deprivazione di sistemi di raffrescamento durante i mesi estivi, soprattutto per le famiglie residenti nell’emisfero settentrionale. Tuttavia, uno dei limiti principali di questo approccio risiede nella tendenza a concentrarsi prevalentemente sulle condizioni socioeconomiche delle famiglie e sul possesso di impianti di aria condizionata, trascurando l’analisi di molti altri fattori che contribuiscono alla mitigazione naturale del calore, un insieme di tecniche naturali tra cui ad esempio i muri spessi che isolano e la ventilazione naturale, che permettono di ridurre la temperatura interna di un edificio senza l’uso di sistemi di climatizzazione attivi, come i condizionatori, migliorando così il comfort abitativo e riducendo il consumo energetico.
Il concetto di systemic cooling poverty si differenzia in modo sostanziale rispetto ai tradizionali indicatori di povertà energetica o di combustibile, poiché considera il ruolo fondamentale svolto da un insieme di infrastrutture legate al raffreddamento passivo, che non dipendono necessariamente dall’uso di dispositivi meccanici per la termoregolazione.
La cooling poverty, o povertà di raffrescamento, può essere definita “sistemica” quando si manifesta in contesti in cui individui, famiglie e organizzazioni sono esposti agli effetti nocivi dello stress termico crescente, principalmente a causa della mancanza o dell’inadeguatezza delle infrastrutture predisposte alla protezione dal caldo. Queste infrastrutture includono elementi materiali, come gli interventi di riqualificazione energetica passiva degli edifici, le catene del freddo, o dispositivi personali per il raffrescamento. Ma comprendono anche sistemi sociali, come le infrastrutture sociali che possono offrire risorse immateriali, come il sapere diffuso, cioè la capacità individuale e collettiva di riconoscere i rischi legati al caldo e di adottare strategie intuitive di adattamento agli effetti combinati di alte temperature e umidità.
Lo studio in questione ha identificato cinque dimensioni fondamentali per comprendere la povertà sistemica da raffrescamento:
Ognuna di queste dimensioni è costituita da un insieme di variabili che, a seconda dei casi, possono essere considerate sia cause che conseguenze della povertà di raffrescamento. La figura in basso mostra il quadro proposto con le cinque dimensioni principali che definiscono il raffreddamento sistemico della povertà e le sue 15 sottodimensioni o variabili. Ad esempio, per misurare correttamente la gravità della cooling poverty in un dato territorio, non basta sapere quante persone hanno accesso all’aria condizionata. È necessario integrare questo dato con informazioni sul contesto climatico locale, sulla disponibilità di infrastrutture passive per il raffrescamento, sulla qualità delle reti sociali e sull’incidenza di specifiche condizioni patologiche aggravate dal caldo.

Fig. 1 Le cinque dimensioni principali che definiscono il raffreddamento sistemico della povertà
Secondo Antonella Mazzone, ricercatrice affiliata all’Università di Oxford e prima autrice dello studio, “la definizione proposta si distingue in modo netto rispetto ai concetti tradizionali di povertà energetica e di fuel poverty. La cooling poverty sistemica mette in evidenza l’importanza delle infrastrutture per il raffrescamento passivo, come l’utilizzo dell’acqua, la presenza di superfici verdi o riflettenti (le cosiddette superfici bianche), e i materiali da costruzione capaci di offrire una protezione termica efficace sia all’esterno che all’interno degli edifici”.
Gli autori dello studio auspicano che la loro ricerca possa essere utile nella progettazione di interventi, sia a livello nazionale che locale, volti a ridurre la sofferenza causata dall’eccessivo calore. Non è sempre semplice per i governi individuare con precisione dove e come agire per contrastare la cooling poverty, poiché si tratta di una condizione complessa, influenzata da molteplici fattori e che richiede soluzioni integrate in ambiti differenti, come la pianificazione urbana, l’assistenza sanitaria e la comunicazione istituzionale.
Non esistono soluzioni uniche e definitive per affrontare la cooling poverty. In alcuni casi sarà prioritario intervenire sulla pianificazione urbanistica, mentre in altri sarà invece fondamentale garantire un’adeguata fornitura di acqua potabile e servizi igienici. Ciò che emerge con chiarezza è la necessità di mettere in atto strategie molteplici, diversificate e ben coordinate, basate su una stretta collaborazione tra i diversi attori coinvolti: governi, portatori di interesse e comunità locali. Solo adottando questo approccio integrato sarà possibile per i decisori politici definire azioni efficaci, sia a livello locale sia nazionale, per mitigare i disagi provocati dall’eccessivo calore. Senza interventi coordinati, il caldo crescente amplierà le disuguaglianze già esistenti, trasformando il clima in un fattore di giustizia sociale. EL
La povertà energetica di raffrescamento